Le mie idee
 
LE MIE IDEE
Introduzione.
Prima di propinare a chi mi legge una descrizione approfondita del mio pensiero, credo sia corretto darne una descrizione sintetica tale da fornire un quadro generale che permetta di inquadrarne meglio anche le singole parti.
Sono una persona estremamente curiosa che osserva e valuta con attenzione i fatti e le cose della vita e cerco di farmi un’opinione personale su tutto, dalle posizioni etiche, filosofiche e politiche, religiose, alle problematiche culturali, sociali e ambientali, fino alle valutazioni sul ruolo dell’informazione o dell’arte sui rapporti umani o sui valori positivi e negativi che contornano le varie attività sportive.
Nel valutare le cose parto da una mia idea guida che deriva da questa riflessione. Se migliaia e migliaia di anni fa un primate oggi classificato scientificamente homo sapiens, un essere di dimensioni modeste e senza particolari doti fisiche, si è evoluto, e così profondamente diversificato da tutti gli altri mammiferi, fino a colonizzare e dominare (forse anche troppo) tutto il pianeta. Credo che questo sia stato possibile soprattutto perché nelle fasi evolutive delle varie tipologie di ominidi, una ha più delle altre sviluppate forme di organizzazione sociale basate su una grande collaborazione e spiccato senso di solidarietà, questo l’ha resa vincente a dispetto delle sue modeste qualità fisiche. Ne consegue che, se la collaborazione e la solidarietà sono le componenti che hanno permesso l’evoluzione della specie, per contro gli atteggiamenti individualisti ed egoisti, se numericamente consistenti e protratti nel tempo non possono che minare le basi stesse dell’evoluzione e portano inevitabilmente ad una regressione, tutto il resto viene di conseguenza. Al tempo degli ominidi era sufficiente che solidarietà e collaborazione si esprimessero a livello di gruppi ristretti come le tribù, oggi viviamo in un mondo globalizzato e se non sapremo trovare le organizzazioni attraverso cui applicare su scala planetaria i principi di solidarietà e collaborazione finiremo per distruggere noi stessi ed il mondo.
H o voluto sottolineare questo concetto nel breve motto sulla solidarietà che a fianco della bandiera della pace apre la home page del mio sito, si tratta della libera traduzione dal dialetto dell’appennino parmense in cui si esprimeva la mia nonna, un ricordo ed un affettuoso omaggio alla sua saggezza ed alla sua cultura contadina che si articolava in mille proverbi ed aneddoti.
Nel descrivere le mie idee partirò da quelle filosofiche e politiche, per definirmi in tre parole direi ambientalista, ateo, comunista. Per quel poco che conosco, dei filosofi classici apprezzo Socrate per il suo modo di coltivare il dubbio e, per quel poco che ne conosco, trovo spunti interessanti in Epicuro, Democrito, Parmenide, a soprattutto in Anassagora, tra i pensatori più vicini a noi mi sento in sintonia con quelli come Copernico, Galileo, Newton, e più tardi Darwin che hanno costruito il pensiero moderno sganciandolo dalla teologia e dalle superstizioni e basandolo sulle osservazioni scientifiche. Venendo a tempi ancor più vicini apprezzo Engels e Marx dei quali condivido sia il metodo dell’analisi della storia che le indicazioni politiche che ne traggono, di Lenin valuto positivamente l’analisi sull’evoluzione imperialistica del capitalismo ma non ne condivido le indicazioni e le soluzioni pratiche che si sono dimostrate tanto brillanti sul piano tattico quanto deleterie su quello strategico. Dei molti altri interessanti pensatori marxisti in questa breve esposizione ne cito tre. Rosa Luxemburg, che seppe cogliere precocemente i segni dell’ involuzione burocratica ed autoritaria al partito Bolscevico e proporre l’idea di un partito operaio che indica la via ma lascia alla creatività delle masse l’iniziativa.
Anton Pannekoek un comunista olandese che come la Luxemburg era profondamente critico verso il bolscevismo, sostenitore dei consigli operai e fautore di un interessante coniugazione tra Darvinismo e del Marxismo.
E Antonio Gramsci che senza sottovalutare il suo enorme lavoro organizzativo ed il grande contributo teorico, va a mio avviso ricordato anche, e forse soprattutto, per l’enorme valore aggiunto in contenuto umano che ha saputo dare alla storia della sinistra italiana.
Ancora due cose per chiarire come mi pongo rispetto alle idee, difendo sempre strenuamente le idee che ritengo giuste, ma ho anche una grande disponibilità a confrontarmi con gli altri e modificare le mie posizioni se ritengo valide le argomentazioni dell’altro. Tendenzialmente applico il principio caro agli illuministi “disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
Sulle cose veramente importanti credo di aver mantenuto nel tempo una sostanziale coerenza, oggi sono soprattutto orgoglioso di poter affermare che quando ho cambiato opinione, questo non è mai avvenuto per tornaconto personale, come mai per interesse personale ho difeso le mie posizioni al di la delle mie intime convinzioni.
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LA POLITICA
Per illustrare le mie idee politiche farò soprattutto riferimento al mio vissuto, del resto la mia modesta preparazione scolastica non mi permette di fare grandi voli teorici, conseguentemente cercherò di far capire quali sono le mie idee e la loro evoluzione partendo dalla mia storia personale e dalle scelte fatte sulla base delle mie valutazioni sugli eventi direttamente o indirettamente vissuti.
Politicamente, sono stato sempre schierato a sinistra, fin da ragazzino frequentavo la sezione del PCI del mio paesa (Vada), appena superato il limite formale dei quattordici anni mi iscrissi alla Federazione Giovanile Comunista, nello stesso anno (56) ci fu l’invasione sovietica dell’Ungheria, praticamente in contemporanea Inghilterra e Francia erano intervenute al fianco di Israele contro l’Egitto che aveva nazionalizzato la compagnia del canale di Suez. Il PCI aderì sostanzialmente alle posizioni di Mosca, le giustificazioni che i compagni più anziani cercavano di darmi si basavano soprattutto sulla contrapposizione tra le due aggressioni, come se l’una giustificasse l’altra, quelle considerazioni per me non erano affatto convincenti, ero allora e rimango ancora adesso profondamente convinto che la libertà, la democrazia, il socialismo non sino “merci” esportabili con cannoni e carri armati, conseguentemente l’anno successivo non rinnovai la tessera alla FGC.
La delusione per la scoperta dell’aggressività di quello che fino ad allora era stato il mito sovietico, non era per me affatto mitigato dalla conferma dell’aggressività imperialista del capitalismo occidentale. Quella sospetta contemporaneità contribuì invece a farmi fare una riflessione sulla reale natura di strutture statali che si dichiaravano socialiste ma si comportavano da imperialiste. Era una riflessione sicuramente ancora confusa, forse semplicistica, ma quel comportamento parallelo mi aveva aperto gli occhi, chi si comporta in modo simile non può essere troppo dissimile
Il dissenso dal PCI non significò affatto l’abbandono di idee tendenzialmente socialiste, ansi rafforzò in me la volontà di lottare contro ogni forma di ingiustizia sociale, con la sola differenza che ora sapevo, o almeno intuivo, che l’ingiustizia può presentarsi anche camuffata indossando le vesti di chi dice di combatterla, e non significò neppure troncare i rapporti con i compagni. Anche se, come è naturale a quell’età, in quegli anni l’interesse per la politica era un poco attenuato da quello per le ragazze, la musica, lo sport, continuavo a discutere ed a confrontarmi con i compagni, solo che le discussioni non erano in sezione ma nel vero centro politico del paese il circolo ricreativo “Arena del Popolo”.
Nel 60’ dopo le lotte di piazza contro l’involuzione autoritaria del governo Tambroni ed i primi contatti con il lavoro in fabbrica, iniziai un cauto riavvicinamento al PCI che si concluse con il mio rientro anche se all'interno del partito esprimevo spesso posizioni piuttosto critiche soprattutto rispetto all'eccessivo appiattimento dei vertici sulle posizioni dell'URSS.
Dopo brevi esperienze lavorative con ditte di manutenzione nel 62’ entrai alle acciaierie di Piombino dove iniziò anche la mia partecipazione alla vita del sindacato. Sul finire del 63’ mi trasferii alla Solvay di Rosignano, dove il mio impegno nel sindacato divenne militanza, prima come semplice attivista poi come membro della Commissione Interna e poi del Consiglio di Fabbrica. Nel 64’ mi sposai e quasi subito arrivo il primo figlio e nel 67’ il secondo, guardavo crescere i miei figli e provavo ad immaginare il loro futuro, osservavo la società in cui li avevo “invitati” a vivere e non mi piaceva affatto, divisioni sociali, enormi sperequazioni economiche, fabbriche opprimenti, rapporti di lavoro sottopagati e spesso umanamente umilianti. Volevo offrire loro qualcosa di meglio di quello che avevo trovato io ed avrei lottato con tutte le mie forze per modificare quella società, per conquistare per me e per loro una vita più giusta, uguaglianza sociale, sicurezza e dignità. Guardando la realtà odierna non posso che provare un poco di delusione per l’enorme divario tra le mie aspettative di allora ed i modesti risultati raggiunti. Devo però anche realisticamente valutare che gli obbiettivi di quella generazione erano talmente alti da essere difficilmente raggiungibili nella loro pienezza, e che comunque di quella grande stagione di lotte, nella società qualcosa di positivo è rimasto, anche se spesso noi stessi stentiamo a rintracciarlo.
Sul finire del 67' iniziai a frequentare alcuni studenti della zona che frequentavano l’università di Pisa e si riunivano con altri per discutere di politica su basi nuove. In quegli anni a Pisa c’era un gran fiorire di iniziative politiche alcuni guardavano con simpatia l'esperienza della rivoluzione di Cuba, altri seguivano con interesse le posizioni di Mao tse-Tung che in Cina stava cavalcando la protesta giovanile dando vita alla cosiddetta rivoluzione culturale, altri ancora erano su posizioni decisamente anarchiche. In questi embrioni di movimento cercavano di inserirsi e fare proseliti anche i Trotzkisti della IV internazionale frangia storica del PCI ed i Bordighisti, ma le loro idee troppo teoriche e spesso settarie mal si inserivano tra quei giovani che trovano momenti di unità soprattutto nella lotta all'autoritarismo nella scuola e nelle fabbriche, da cui nascerà poi il movimento del 68'. Sui trotzkisti, che seguivano una tattica detta “entrismo” con cui cercando di infiltrarsi nei posti chiave del PCI per conquistarne l’egemonia, girava in quei tempi una spiritosa leggenda metropolitana secondo la quale ad un certo punto sarebbero stati in maggioranza nel comitato centrale ma erano talmente ben mimetizzati da non saperlo, e per non farsi scoprire si espellevano l’un l’altro, spesso li ho fatti “inbufalire” sostenendo, con una qualche argomentazione teorica, che Trotzki era uno stalinista”. Racconto questo per sottolineare che in quel periodo facevamo politica molto seriamente ma senza essere troppo “seriosi”.
Io partecipavo (inizialmente da osservatore) alle riunioni del gruppo abbastanza organizzato che pubblicava anche un piccolo giornale più o meno quindicinale “Il Potere Operaio”, entrai progressivamente nel gruppo e poi iniziai a collaborare attivamente sia alla preparazione che alla distribuzione del giornale davanti ai cancelli delle fabbriche di Massa, Pisa, Pontedera, Livorno, Piombino, ed ovviamente alla Solvay di Rosignano dove io lavoro.
Ero ancora formalmente iscritto al PCI, ma su posizioni sempre più critiche, all’Arena del Popolo, in fabbrica, nel sindacato, quelli erano momenti di grandi discussioni, ed anche di scontri e di tensioni a volte laceranti, che oggi rivedo come momenti di grande maturazione politica ed umana.
Valutare oggi le scelte politiche fatte da me come da molti giovani (e meno giovani) in quegli anni intorno al 68’, è oggettivamente difficile specialmente se per ragioni anagrafiche non si conoscono il contesto storico, politico, culturale, sociale ed emotivo in cui quelle scelte maturarono. Per cercare di far capire le motivazioni di queste scelte è quindi importante ricordare, anche a chi per colpevole labilità della memoria tende a relegarli nell’oblio, alcuni eventi italiani ed internazionali che a mio avviso hanno profondamente influenzato se non direttamente determinato quelle scelte in vario modo ed in varia misura.
Oggi in molti tendono ad accreditare le scelte a volte estreme di una parte di quella generazione all’influenza di coloro che vengono definiti “i cattivi maestri”, io credo invece che anche per le scelte più sbagliate noi dovremmo cercarne le origini nei fatti concreti vissuti in quegli anni, ed eventualmente cercare di comprendere le cause di una interpretazione troppo emotiva e sicuramente sbagliata di quegli eventi, ma più che colpa di cattivi maestri fu probabilmente un certo scollamento generazionale che impedì a molti di avere dei “veri maestri”. La teoria dei cattivi maestri fa il paio con la solita scusa delle madri coccolone dei figli viziati sempre pronte a dire:“il mio è tanto bravo ma me lo hanno traviato le cattive amicizie”. Ecco perché farò un lungo elenco dei fatti salienti di quegli anni, naturalmente senza alcuna pretesa di farne la storia, ma solo di ricordare sommariamente gli eventi e soprattutto cercando di descrivere l’impatto emotivo che questi ebbero su di me come su gran parte di quella generazione. (Dato che tendo a ricordare abbastanza bene fatti, sensazioni ed emozioni, ma il mio cervello si rifiuta categoricamente di immagazzinare sistematicamente nomi e date, per quelle mi sono appoggiato a vari siti di cronologia consultabili sul web).
Parto da un fatto di qualche anno precedente ma che a mio avviso è estremamente importante.
Nel 1964 il settimanale l’Espresso pubblica un articolo che porta a conoscenza di tentativo di colpo di stato sicuramente progettato e molto probabilmente concretamente tentato, ad opera del generale comandante dei carabinieri De Lorenzo e di suoi accoliti. Negli anni successivi dopo lunghe dispute il parlamento istituisce una Commissione Parlamentare sul golpe, ma i due principali testi non possono testimoniare, il generale Ciglieri muore in uno stranissimo incidente stradale che a molti sembrò poco casuale, il 25/06/69 un altro generale dell’Arma, Giorgio Manes, che si trovava a Montecitorio per deporre alla commissione, muore dopo aver bevuto un caffé, dice il figlio (Espresso n° 46, 02/02/06) “non arrivò vivo a testimoniare e molti tirarono un sospiro di sollievo.

21 Aprile 1967, Colpo di Stato in Grecia ad opera di gruppi militari dell’estrema destra si impadronisce del potere, chiudono il parlamento, insediano una giunta composta da tre colonnelli Papadopoulos, Pattakos e Makarezos, dichiarando: "Vogliamo salvare la Grecia dei greci cristiani” reprimono brutalmente ogni forma di libertà politica, sindacale, culturale, oppositori di ogni tipo che vengono confinati in due isole trasformate in campi di concentramento. Proibiscono ogni simbolo di libertà, perfino i capelli lunghi, i pantaloni alle donne ed arrivano al paradosso di vietare l’uso della lettera “Z” che nella tradizione greca è sinonimo di “Libertà”. Gli USA riconoscono il governo dei colonnelli nonostante il dissenso della comunità europea che espellerà la Grecia, Andreas Papandreou definì il golpe “il primo putsch militare di successo della CIA in Europa”. Re Costantino disautorato, tentenna tra l’appoggio ai colonnelli e tentativi di pronunciamenti di militari a lui fedeli, infine decide per una dichiarazione pubblica contro la giunta, e poi fugge all’estero.
Il regista greco Costa Gavras, esiliato in Francia, intitola “Z - l’orgia del potere” uno splendido film in cui racconta gli antefatti di quel golpe, l’uccisione del deputato socialista Lambrakis da parte di elementi della destra militare, di un giovane giudice incorruttibile e coraggioso che mette i vertici militari sotto processo, della reazione violenta di questi per sottrarsi alla giustizia. Per tutta la sinistra europea il golpe greco è uno shock, dimostra drammaticamente che la democrazia non è un dato acquisito una volta per tutte. La sinistra italiana si trova ancor più nella sgradevole situazione di essere circondati da regimi fascisti, ora c’è la Grecia dei colonnelli ad oriente, ad altre due dittature militari la Spagna ed il Portogallo di Franco e Salazar ad occidente, mentre in Italia gruppi di militari hanno progettato e forse concretamente tentato un colpo di stato. Non è quindi il caso di stupirsi se molti giovani militanti della sinistra cercano contatti con gli ex partigiani e si posero concretamente il problema di come opporsi anche militarmente a quello che non era più una ipotesi teorica ma la minaccia concreta, reale ed incombente di un colpo di stato militare anche in Italia.

9 ottobre 67, Ernesto Guevara detto “il Che”, un argentino protagonista della rivoluzione cubana che cerca di espandere in America latina l’esperienza cubana e sta combattendo contro l’ennesima dittatura militare domina la Bolivia, viene catturato e poi ucciso da truppe speciali USA corse in soccorso degli amici golpisti boliviani, per il governo USA l’uccisione di una figura carismatica come il Che si rivelerà un ennesimo tragico errore. Hanno ucciso l’uomo, ma hanno reso immortale il suo mito, ancor oggi, dopo quasi 40 anni, vediamo il volto del Che sulle magliette di ragazzi che magari non ne conoscono a fondo la storia ma riconoscono in quella figura un simbolo di ribellione alla prepotenza ed all’ingiustizia. Solo questo può far capire quale fu la presa emotiva, “in diretta”, su quelle masse di giovani che si apprestavano a contestare le vecchie regole e le gerarchie sociali in quello che passerà poi alla storia con il nome di “CONTESTAZIONE” o semplicemente “IL 68”.

“Il 68” inizia con l’occupazione tutte o quasi le università italiane, il motivo scatenante è la riforma universitaria che vuol stabilire tre livelli di laurea e porre nuovi limiti all’accesso. Ma la contestazione va ben al di la delle motivazioni contingenti, la lotta è prima “all’autoritarismo accademico” e poi all’autoritarismo nella società.

31 gennaio. Con “loffensiva del Tet (il capodanno lunare), la guerra del Vietnam giunge è ad una svolta cruciale. A partire dal 61’ gli usa sostenevano, con l’invio di un numero sempre maggiore di ”consiglieri militari”, i governi fantoccio del Sud Vietnam, quello del dittatore di Diem a sua volta ucciso e suoi capi militari.
Nel 64 gli americani creano artificiosamente un incidente navale nel golfo del Tonchino (le prove del falso incidente scaturiscono anche da documenti americani), è il pretesto per l’invio di un contingente militare inizialmente di 200.000 uomini che diverranno sempre più numerosi fino a superare i 500.000 nel 67,
Ma nonostante questa massiccia presenza la guerriglia dei Viet Cong si fa sempre più forte e controlla vaste zone della campagna vietnamita.
Con l’offensiva del Tet la guerriglia si fa guerra aperta in tutto il paese e giunge fino a colpire l’ambasciata americana nella capitale Saigon.
Per coloro che da anni manifestano nelle piazze contro l’ingerenza USA nel mondo e contro quella che passera prima alla cronaca e poi alla storia come “La sporca guerra”, è un segnale che da vigore e forza alla protesta, contro l’imperialismo americano si può lottare ed anche vincere.

_4 Aprile . A Menphis, Tenessee viene assassinato il premio Nobel per la pace Martin Luter King, leader della lotta non violenta per la conquista dei diritti civili dei neri americani. Negli Usa ed in tutto il mondo questo evento viene vissuto da molti come un fatto emblematico, l’ennesima dimostrazione dell’impossibilità delle categorie oppresse di conquistare libertà e diritti attraverso forme di lotta pacifiche e sarà uno dei mille motivi che sposterà le forme di lotta sul versante dello scontro frontale e dell’uso della violenza.

_3 Maggio . il governo francese ordina di sgombrare la Sorbona è l’inizio di una rivolta violenta che si estende rapidamente da Parigi a tutta la Francia, dagli studenti agli operai e poi a tutte le categorie sociali subordinate, una grande fiammata ma di breve durata. De Gaule riprende in mano la situazione, mette fuorilegge i gruppi rivoluzionari, scioglie il parlamento ed indice nuove elezioni, favorisce accordi sindacali con buoni risultati economici per calmare le fabbriche in lotta, la rivolta non si trasforma in rivoluzione come alcuni speravano ed altri temevano. Volendo cedere ad un po’ di italico sciovinismo rivoluzionario, si potrebbe affermare che la contestazione francese è lunga un mese “il Maggio francese”, quella italiana un anno intero “IL 68”, ansi un inero decennio, dal 68’ al 77’.
Al di la delle facili battute, nonostante la breve durata, “il maggio francese” aveva seminato idee che influenzeranno profondamente il pensiero della ribellione giovanile per molti anni, “L’IMMAGINAZIONE AL POTERE” è forse la lo slogan che meglio sintetizza lo spirito di quel movimento e sarà una delle linee guida della rivolta antiautoritaria che si stava espando in tutta l’Europa e poi nel mondo intero.
La spinta rivoluzionaria del maggio francese scavalca anche la “cortina di ferro” ed in vari paesi de patto di Varsavia gli studenti e gli intellettuali i giovani cominciano a mettere in discussione quei regimi autoritari che si autodefiniscono comunisti ma per i quali la definizione più corretta credo sia quella da noi coniata ai tempi di Potere Operaio ”capitalismo autoritario di stato”.

In Cecoslovacchia questa spinta antiautoritaria ed innovatrice viene in qualche modo recepita, o forse solo e semplicemente utilizzata, da una parte del gruppo dirigente del partito comunista che con un’operazione di palazzo tutta interna all’apparato, destituisce il segretario del partito e presidente della repubblica, il filostalinista Novotn, sostituendolo con Aleksander Dubcek, un dirigente di ispirazione socialdemocratica che guarda con simpatia all’occidente, fautore di quella linea che verrà poi definita nelle cronache giornalistiche “il socialismo dal volto umano”.
Il 20 Agosto. 6.000 carri armati e 700.000 uomini del patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia ed interrompono, con quella soverchiante superiorità militare, la breve esperienza della cosiddetta “primavera di Praga. Il PCI (contrariamente a quanto avvenne nel 56 per l’Ungheria) condannò l’invasione, anche se lo fece con qualche eccesso di prudenza e qualche tentennamento di troppo al suo interno, comunque si dissociò nettamente è questo segnerà l’inizio dello “strappo da Mosca”.
I gruppi dell’estrema sinistra, nonostante il nuovo corso cecoslovacco fosse ritenuto ideologicamente “revisionista”, si schierarono con decisione con gli invasi e contro gli invasori, come si direbbe oggi, “senza se e senza ma”.
Noi militanti della cosiddetta sinistra extraparlamentare avvertimmo immediatamente la necessità di rintuzzare l’inevitabile quanto prevedibile uso strumentale che di questo evento avrebbe fatto la destra. Avrebbero sicuramente detto “vedete cosa fanno i comunisti, invadono ed uccidono altri comunisti”, occorreva quindi spiegare ai lavoratori che l’URSS non è il comunismo ma solo un altro imperialismo dalla faccia camuffava.
Ricordo che in quei giorni ero in vacanza, una delle poche vacanze fuori casa della mia vita, con mia moglie ed i miei figli, ero in campeggio dalle parti di Marina di Grosseto, sentii la notizia alla radio nel tardo pomeriggio, arrotolai le tende olla velocità della luce ed a sera ero in riunione con i compagni a preparare un volantino da distribuire la mattina dopo davanti alle fabbriche.
Il 1968 è anno olimpico, il 2 ottobre a Città de Messico pochi giorni prima dell’inaugurazione dei giochi, ci sono grandi manifestazioni studentesche, la polizia spara sulla folla uccidendo 300 persone. Nonostante l’immane bagno di sangue l’olimpiade va avanti, ma lo spirito di ribellione che aleggia nei giovani di quella generazione non si ferma nelle piazze, la stampa che aveva taciuto o minimizzato sulla strage di piazza delle tre culture non può ignorare la contestazione di alcuni atleti afroamericani perché questi portano la contestazione direttamente sui podi olimpici, alcuni, riferendosi alle discriminazioni raziali in USA dichiareranno “perché dobbiamo correre a Città del Messico e poi strisciare a casa nosra”. Alla premiazione dei 200 metri sono sul podio due atleti americani Tommie Smith 1° e John Carlos 3° i due si presentano scalzi ed invece di salutare l’inno e la bandiera USA guardano in basso ed alzano un pugno chiuso con un guanto nero simbolo del Blak Power, Carlos lascia alla stampa una dichiarazione lapidaria “siamo stanchi di essere i cavalli da parata sulle piste e carne da cannone in Vietnam”, nonostante la loro espulsione dalla squadra la contestazione non si ferma. Lee Evans, Larry James e Ronald Freeman 1° 2° 3° nei 400 si presentano scalzi e indossando un basco nero, Bob Beamon vincitore del Lungo con uno stratosferico primato mondiale (8,92) sale sul podio scalzo e senza la tuta di rappresentanza, Jim Hines vincitore dei 100 rifiuta di essere premiato da presidente del CIO Avery Brundage perchè è notoriamente di idee razziste.
2 Dicembre Avola, Siracusa. È il giorno dello sciopero generale contro le “gabbie salariali” un meccanismo per il quale operai che svolgono le stesse mansioni in regioni diverse, percepiscono salari diversi e quelli delle regioni del sud sono i più bassi. Ad Avola il movimento sindacale è particolarmente compatto, il nucleo forte sono i braccianti agricoli, ma la protesta coinvolge gran parte della popolazione compresi gli studenti. Avere salari ridotti à percepito come una discriminazione sociale, quasi “raziale” al di la del semplice aspetto finanziario. Di fronte al rifiuto degli industriali gli animi sono esasperati ed i lavoratori decidono di operare un blocca statale, interviene in forza la polizia, prima si sparano lacrimogeni ma i lavoratori non si disperdono e rispondono con le pietre, la polizia spara con fucili e pistole centinaia di colpi, (un deputato del PCI raccoglie sul posto oltre due chili di bozzoli e li porta in parlamento) il risultato di quella tremenda sparatoria è due”soli” morti ma una cinquantina di feriti gravi, più molti altri feriti “leggeri” che non ricorsero alle cure ufficiali. Il giorno dopo si firma per il superamento delle “gabbie salariali” una delle tante vittorie delle lotte operaie pagate a caro prezzo.
L’eccidio di Avola ha un’enorme eco tra i lavoratori e forse ancor più tra gli studenti che in quel periodo cercano una saldatura tra la lotta contro l’autoritarismo nella scuola e quella per le condizioni materiali e la dignità dei lavoratori, i sindacati ufficiali danno una risposta piuttosto blanda, forse erano anche un poco “impauriti”. In molte fabbriche la base va oltre, ben oltre lo sciopero simbolico dei vertici sindacali e ci sono manifestazioni spontanee di operai e studenti.
Per cercare di far capire quale fu l’emozione e la rabbia che l’evento lasciò nelle menti, porto un piccolo episodio personale. A quasi due anni di distanza, alla festa dell’Unità di Rosignano, serata foolk cantano Rosa Balistreri ed Enzo Del Re, due voci straordinarie, grandi applausi per canzoni del folclore siciliano come “Vitti na crozza”, ad un cero punto Del Re attacca una ballata dedicata ai fatti di Avola scritta in collaborazione con Dario Fo, è una canzone drammatica, ed allo stesso tempo violentemente ironica, fatta di parti narrative, in recitativo, alternate a frasi e parole urlate con rabbia dalla formidabile voce di Del Re. Alla fine della canzone la platea restò ferma, silenziosa e commossa per un mezzo minuto poi partì l’applauso, forte, lunghissimo, ci guardavamo l’un l’altro, le facce erano cupe e molti gli occhi lucidi.

7 Dicembre Milano. All’inaugurazione della stagione della Scala, tradizionale passerella della “Milano bene” con grande sfoggio di gioielli e pellicce, intervengono qualche centinaio di studenti tra cui Mario Capanna leader del movimento studentesco milanese, innalzano un grande cartello con scritto “I BRACCIANTI DI AVOLA VI AUGURANO BUON DIVERTIMENTO” e lanciano uova e cachi sui signori che erano venuti per fare “passerella” ed invece fanno il bersaglio da fiera. La polizia fa attività di contenimento e la manifestazione va in porto senza grossi incidenti.

31 Dicembre. Marina di Pietrasanta (Viareggio). C’è un locale “La Bussola”, dove si esibiscono i cantanti più in voga del momento, locale di gran moda e di gran lusso, e dove il costo della serata vale più di un mese di salario di un operaio. A Pisa c’è una fabbrica di confezioni della Marzotto che sta ristrutturando e licenziando, il gruppo “il Potere Operaio” annuncia una “visitina” alla Bussola, alcuni compagni di Cecina e di Piombino decidiamo di partecipare. Io lavoravo in turni a ciclo continuo con un fine anno libero ogni quattro o cinque anni, quindi mi dispiace un po’ passarlo lontano da mia moglie dai figli e parenti vari, ma poi decido di andare. La manifestazione alla scala di Milano era il nostro riferimento, un via di mezzo tra la manifestazione politica ed una “goliardata”. Per l’occasione “sacrifico” due grappoli di “pomodori pallioni”, ed recupero anche una dozzina di uova (freschissime). Arriviamo poco dopo le 22, ci sono già un po’ di compagni di Pisa hanno bandiere e cartelli, una parte si sono piazzati sul marciapiede di fronte al locale e lungo il grande viale, mentre un gruppo di operaie della Marzotto ed alcuni studenti di un professionale sono schierati lungo il vialetto che fiancheggiando il locale porta alla spiaggia e si contendendo i posti con i soliti curiosi che sperano di vedere il cantante del momento. Io mi piazzo nel vialetto che è a meno di dieci metri da un altro, coperto da una tettoia, che porta all’ingresso del locale, appoggio sulla siepe di pitosferi la cassetta con i pomodori e le uova che in un minuto sono spariti. Schierati a protezione dell’ingresso del locale ci sono un bel po’ di poliziotti e di carabinieri che scortano i pochi clienti che arrivano dalle auto alla tettoia, (il grosso dei clienti è già nel locale), dal marciapiede li accompagnano gli slogan sui fatti di Avola e sui licenziamenti alla Marzotto, dal vialetto volano i pomodori, le uova e qualche altro frutto ed ortaggio, le “munizioni” finiscono presto, nel locale non entra ormai più nessuno e cominciamo a pensare di avviarci alle macchine, stappare anche noi una bottiglia farci gli auguri è tornare a casa, (capodanno in fondo è capodanno anche per i rivoluzionari). Manca poco a mezzanotte quando dallo schieramento dei carabinieri esce un fotografo si avvicina a vialetto dei lanciatori e comincia a fotografarci, un ragazzo lo blocca e dopo un breve parapiglia gli apre la macchina e sfila la pellicola. Immediatamente i carabinieri picchiando con le bandoliere caricano, io ed un altro compagno teniamo per un po’ ma le donne ed i ragazzini non reggono l’urto e scappano verso la spiaggia inseguiti dai carabinieri, solo allora un funzionario in borghese si infila frettolosamente la fascia tricolore ed ordina i regolamentari tre squilli di tromba. Mi trovo bloccato tra i poliziotti all’ingresso del vialetto ed i carabinieri che stanno tornando dalla spiaggia, il gruppo dei poliziotti si allarga un po’, vedo lo spiraglio e prima che il trombettiere abbia concluso il primo squillo lo travolgo ed in tre salti sono in sull’altro lato del violone. Carabinieri e poliziotti si spostano con i furgoni blindati lungo il viale ma poi si fermano, io prendo una stradina laterale poi una parallela e di corsa torno sul viale due o trecento metri più avanti, li capisco perché si sono fermati i furgoni, alcuni compagni trascinando in mezzo alla strada due galleggianti di patino ed altro materiale hanno fatto una piccola ma efficace barricata, altri ne preparano un’altra una trentina metri più avanti. Per un po’ ci fronteggiamo, a più riprese i carabinieri cercano di avanzare, i manifestanti lanciano sassi e quelli arretrano e si riparano dietro ai furgoni, e la situazione riprende un’apparente calma. Io avevo perso i contati con i compagni che erano con me e facevo la spola tra la barricata e la zona dove avevo lasciato la macchina per cercare di ritrovarli, finalmente li ritrovo c’è una compagna di Piombino colpita da un carabiniere con la cassetta della bandoliera ha un brutto taglio in testa e perde molto sangue. Un compagno di Pisa ci accompagna dalla madre di un compagno che è medico per cucire la ferita e li sappiamo che un ragazzo, Soriano Ceccanti, è ferito da un colpo di arma da fuoco alla spina dorsale è in pericolo di vita, un altro compagno, più fortunato, ha avuto il pantalone forato ma solo un graffio sul polpaccio.
Di quei giorni ricordo che pur consapevoli del pericolo corso (ognuno di noi poteva essere al posto del Ceccanti), in noi non c’era la paura, o quantomeno era sovrastata dalla rabbia sorda che dominava i nostri pensieri, rabbia per quella reazione sproporzionata delle così dette forze dell’ordine ad una manifestazione politica partita in modo tutto sommato pacifico, al massimo un po’ goliardico, e finita in tragedia. Soriano si salvò ma rimase paralizzato alle gambe, ed insieme alle gambe di Soriano rimase paralizzata in noi lo spirito di fare lotta politica anche dura e decisa ma con il sorriso sulle labbra.

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.... il 69’ … dalle università alle fabbriche
…. la lotta continua
…. L’autunno caldo
...... levoluzione della sinistra di classe e l'ingresso, critico, nelle istituzioni.
... la fine di Lotta Continua come partito
.... Le prime radio libere
..... l'ivoluzione filo brigatista di alcuni gruppi dell'autonomia .............>>
     
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